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Aggiornamento ultima udienza
veritaperaldo | 01 Luglio, 2009 14:06

L'udienza davanti al GIP (giudice indagini preliminari) è stata rinviata al 14-07-09 ore 8.45.

Comunque gli avvocati di parte lesa (famiglia Bianzino) hanno presentato documenti x il rifiuto della proposta di archiviazione per omicidio volontario contro ignoti. Ne sapremo di più alla prossima.

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Roberta se ne è andata...
veritaperaldo | 30 Giugno, 2009 21:33

Abbiamo conosciuto Roberta nei giorni successivi alla morte di Aldo, giorni drammatici, durissimi, di intense mobilitazioni.
Abbiamo conosciuto la sua forza d'animo, la sua rabbia, la sua voglia di lottare e il suo desiderio di conoscere la verità.

Una verità insabbiata, nascosta, che non riesce a venire fuori.

Roberta se ne è andata nel silenzio, senza riuscire a conoscerla.

Roberta Radici è la compagna di Aldo Bianzino, il falegname morto misteriosamente nel carcere perugino di Capanne, la notte del 14 ottobre
2007. Aldo, insieme a Roberta, era finito in carcere con l’accusa di possedere e coltivare alcune piante di marijuana e dal quel luogo non è più uscito vivo.

Da allora, insieme a Roberta e suo figlio Rudra, insieme a Gioia (ex moglie di Aldo) e ai figli Elia e Aruna,  come “Comitato Verità
per Aldo”, abbiamo organizzato manifestazioni, iniziative, presidi e volantinaggi affinché si facesse luce su questa vicenda.

Mercoledì 1 luglio alle ore 9.00 presso il Tribunale di Perugia si terrà l’udienza preliminare relativa alla richiesta di rinvio a giudizio della
guardia carceraria in servizio durante quella notte, per il reato di omissione di soccorso.

Oggi che Roberta non c'è più, sentiamo, ancora più forte, l'esigenza di continuare a lottare insieme a Rudra, rimasto solo, e a tutti gli altri
familiari.

Continueremo  insieme.

PERCHE' IN CARCERE PER UNA PIANTA D'ERBA NON SI DEVE FINIRE
PERCHE' IN CARCERE NON SI PUO' MORIRE


COMITATO VERITA' PER ALDO

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Articolo 7
veritaperaldo | 12 Marzo, 2009 18:08

 

ENG

This video has been carried out for the 60th anniversary of the Universal Declaration of Human Rights and is part of a series of 30 videos inspired by the articles of the declaration. Dedicated to article 7: "All are equal before the law and are entitled without any discrimination to equal protection of the law. All are entitled to equal protection against any discrimination in violation of this Declaration and against any incitement to such discrimination."
The video tells the story of Aldo Bianzino, joiner, cabinet maker, arrested in central Italy the 12th of october 2007 for marijuana growing and detention, found dead in prison the day after the imprisonment in Capanne Jail, Perugia, Italy.



ITA

Video realizzato in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, parte di una serie di 30 cortometraggi ispirati ai diversi articoli della dichiarazione, dedicato all'articolo 7: "Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione."
Viene narrata la vicenda di Aldo Bianzino, falegname ebanista arrestato il 12 ottobre 2007 per coltivazione e detenzione di marijuana, trovato morto la mattina del giorno successivo alla reclusione nel carcere di Capanne, Perugia.


This movie is part of the collection: Open Source Movies

Producer: Tekla Taidelli
Audio/Visual: sound, color
Language: italiano
Keywords: aldo bianzino; carcere; capanne; perugia; jail; human rights; diritti umani; tekla taidelli

Creative Commons license: Attribution-Noncommercial-No Derivative Works 3.0

 

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Verità per Aldo all'Aquila
veritaperaldo | 07 Febbraio, 2009 11:15
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E’ LA VOSTRA SICUREZZA CHE CI FA PAURA!
veritaperaldo | 03 Febbraio, 2009 11:20

MERCOLEDI' 4 FEBBRAIO ALLE 16,30 PRESIDIO DAVANTI AL COMUNE DI PERUGIA
E’ LA VOSTRA SICUREZZA CHE CI FA PAURA!
 
Le politiche securitarie governative (nazionali e locali), dalla militarizzazione del territorio, alla presenza sempre più massiccia di telecamere, alle limitazioni al diritto di mobilità, sono forme del controllo contemporaneo con cui si tende ad uniformare comportamenti e stili di vita.
Queste ci riguardano tutte e tutti perché attivano meccanismi diffusi di repressione, alimentando ondate razziste e xenofobe, mentre si erodono progressivamente diritti dei singoli, precarizzati nella vita e nel lavoro, e sicurezza sociale.
Tali politiche, appoggiate da destra e sinistra, passano principalmente attraverso il corpo delle donne. Quello che si vuole è creare uno stato di paura diffusa e legittimare un controllo sempre più intenso e liberticida, che di fatto è un’espropriazione dei territori, dei corpi, delle nostre vite.
Dopo gli ultimi stupri il governo, che con la nuova finanziaria ha sottratto risorse vitali ai centri antiviolenza, vuole imporre 30.000 militari in servizio di ordine pubblico, mentre è noto a tutti che il 70% delle violenze sulle donne avviene in famiglia, al caldo delle mura domestiche.
In realtà noi crediamo che l'enorme rilevanza mediatica data agli stupri commessi in quest'ultimo mese da sconosciuti (in diminuzione rispetto a quelli commessi in famiglia), abbia lo scopo di distogliere l'opinione pubblica dalla crisi economica e sociale e che il controllo militare delle città abbia come obbiettivo quello di trasformarsi in un presidio permanente per soffocare conflittualità sociale e dissenso.
D’altra parte le donne sono in prima fila a pagare la crisi sociale, con il restringimento delle sicurezze economiche, la scomparsa del welfare (e di fatto la presenza diffusa di forme privatizzate di welfare che riproducono sfruttamento attraverso il lavoro sottopagato delle migranti) e le politiche familistiche che impongono tradizionali modelli di cura a costo zero.
Oggi si vara in Senato il pacchetto sicurezza, che rappresenta un nuovo giro di vite per tutti e tutte, e in particolare inasprisce le condizioni di vita delle e dei migranti, introducendo tra l’altro il reato di clandestinità, il permesso di soggiorno a punti e prolungando a 18 mesi la reclusione nei CIE (ex CPT).
Noi diciamo No alle politiche razziste, sessiste e repressive
Diciamo No ai sindaci sceriffi e alle ronde legalizzate
Diciamo no alla strumentalizzazione del corpo delle donne
NE’ VIOLENTATE, NE’ CONTROLLATE, NE’ IMPRIGIONATE NELLE CASE
LA VOSTRA SICUREZZA NON PASSERA’ SUI NOSTRI CORPI
collettivo sommosse perugia

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Navetta per il concerto
veritaperaldo | 30 Novembre, 2008 17:04

Stiamo organizzando una navetta per il concerto del 5 dicembre 2008 con partenza da Piazza Grimana alle ore 22 e 23.

E' necessaria la prenotazione all'indirizzo infonavetta@libero.it

 

 

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Concerto Benefit Venerdi 5 Dicembre 2008
veritaperaldo | 12 Novembre, 2008 23:06
benefit aldo 5 dicembre 2008  #
Caso Bianzino, il tempo di agire e di ricordare
veritaperaldo | 26 Ottobre, 2008 12:01

Da Fuoriluogo, di Patti Cirino - 26 ottobre 2008

Se raccontare è resistere, prendere posizione, mantenere viva la memoria collettiva, è tempo di agire e di ricordare Aldo Bianzino, 43 anni, ebanista, residente a Pietralunga, in Umbria: entrato in perfetto stato di salute nel carcere perugino di Capanne il 12 ottobre 2007 e trovato senza vita nella cella n. 20, sezione 2B il 14 ottobre 2007.
Il pm Petrazzini, sulla base della perizia autoptica (lacerazione traumatica del fegato per una lesione emorragica subpiale, ritenuta anch’essa di tipo traumatico) e dei risultati forniti, apre un procedimento per omicidio volontario ad opera di ignoti e un secondo fascicolo nei confronti di Gianluca Caldoro, assistente della penitenziaria, per omissione di soccorso e omissione di atti d’ufficio. Ma le ricerche si esauriscono con l’acquisizione dei filmati estratti dalle videocamere interne dell’istituto di pena e l’assunzione di sommarie informazioni da detenuti, agenti e personale sanitario dell’istituto.
Se raccontare è resistere, è tempo di resistere a indagini inquinate, manipolazioni d’informazione, istruttorie lacunose frutto di conflitti d’interesse (l’attività investigativa viene anche svolta da appartenenti alla polizia penitenziaria in servizio a Perugia), tentativi di insabbiamento, richieste di archiviazione perché «il fatto non sussiste». La morte, secondo la perizia medico-legale, è stata provocata dalla rottura di un aneurisma cerebrale: la lesione epatica definita «estranea all’evento letale», il decesso attribuito a cause naturali, escludendo l’esistenza di aggressioni nei confronti della vittima.

È tempo allora di ricostruire un percorso di dubbi e interrogativi non ancora sciolti, evidenziare tutte le contraddizioni del caso, disporre nuove linee di indagine sulla identificazione degli autori del trauma e ottenere verità e giustizia per Aldo.
La resistenza è azione, è inchiesta, è ricerca, come quella del medico legale dei familiari di Aldo, che nella sua perizia sostiene: «la lacerazione epatica deve essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita, non ascrivibile al massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo», ipotizzando l’omicidio volontario. L’esistenza di un nesso tra la lesione al fegato e la morte, quanto meno in termini di concausa, esclude che il trauma al fegato sia stato provocato da massaggio cardiaco o da altre cause, che comunque vengono negate anche dalla stessa relazione dei consulenti del Pubblico ministero.
In base a queste argomentazioni i familiari, il comitato e il pool di avvocati (Di Natale, Donati, Zaganelli) si sono opposti alla richiesta di archiviazione e il 17 ottobre sono stati ascoltati dal gip Massimo Ricciarelli all’udienza preliminare in cui sono stati evidenziati tutti gli elementi investigativi e le circostanze anomale da approfondire (la posizione del corpo sulla branda, l’essere nudo in periodo autunnale, il trasferimento del corpo fuori dalla cella e la sua deposizione davanti la porta chiusa dell’infermeria; le dichiarazioni dei testimoni, dei medici di turno, l’analisi dei filmati delle telecamere a circuito chiuso).

È tempo di reclamare l’iscrizione nel registro degli indagati del personale in servizio nella sezione del carcere di Capanne, di generare nuove forme di agire politico perché sia fatta giustizia per Aldo. Denunciare chi umilia le persone sotto custodia, chi infligge sofferenze fisiche e psichiche ai detenuti, chi uccide. Non permettere che motivazioni «assertive e generiche» possano innescare processi di oblio e costruire così impunità di comodo.
Patti Cirino

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La famiglia: "Subito nuove indagini con una perizia medico-legale"
veritaperaldo | 19 Ottobre, 2008 09:10

presidio I parenti di Aldo Bianzino vogliono dimostrare che il falegname fu ucciso in carcere. Tra le circostanze anomale sottolineate dai difensori dei familiari, la posizione del corpo sulla branda, l’essere nudo in periodo autunnale, l’immediato trasferimento del corpo fuori dalla cella e la sua deposizione avanti la porta chiusa dell’infermeria

Tutto questo per dimostrare che - come ritiene la famiglia - Bianzino fu ucciso: l’avvocato Massimo Zaganelli che assiste la compagna e il figlio elenca le sue richieste istruttorie davanti al gip Massimo Ricciarelli che dovrà decidere sull’opposizione alla richiesta di archiviazione. E la storia del detenuto morto in cella ricomincia a fare rumore. Il pm Giuseppe Petrazzini ha ritenuto insussistente l’ipotesi di omicidio volontario chiedendo al giudice l’archiviazione del fascicolo aperto contro ignoti.

Ad avviso della procura, forte della consulenza medico-legale, il decesso del detenuto fu dovuto a 'cause naturali', ovvero la rottura di un aneurisma cerebrale. "Le indagini eseguite - scrive il pm - non hanno consentito di evidenziare, anche nella forma del minimo sospetto, l’esistenza di aggressioni del Bianzino, né occasioni in cui le stesse potessero essersi verificate". Richiesta alla quale i familiari hanno presentato opposizione: istanza discussa ieri mattina in aula.

L’avvocato Zaganelli, insieme ai colleghi Donatella Donati e Cristina Di Natale, ha illustrato le conclusioni del consulente medico-legale, Giuseppe Fortuni secondo il quale la morte fu dovuta ad un "violento trauma addominale da schiacciamento con conseguente lacerazione epatica, crisi ipertensiva arteriosa correlata alla sintomatologia dolorosa e alla paura con conseguente reazione adrenergica e successiva rottura di una sacca aneurismatica di una vaso arterioso cerebrale".

In sostanza mentre secondo gli esperti del pm non c’è alcun nesso tra la lesione al fegato - dovuta alle manovre rianimatorie - e l’aneurisma, per Fortuni il nesso c’è ed è provato dal fatto che la lesione epatica avvenne in vita mentre quando i medici praticarono i massaggio Bianzino era già morto. In aula il legale ha parlato di "istruttoria lacunosa che non ha consentito di far luce su una vicenda oscura". Tra le circostanze anomale sottolineate dai difensori dei familiari (si sono fatti avanti l’ex moglie, il padre e il fratello) la posizione anomala del corpo sulla branda, l’essere nudo in periodo autunnale, l’immediato trasferimento del corpo fuori dalla cella e la sua deposizione avanti la porta chiusa dell’infermeria.

Circostanze ritenute strane anche dal medico e dall’infermiere. "Di fatto - scrive l’avvocato Zaganelli nella richiesta di opposizione - pur in presenza di un’ipotesi di omicidio, incomprensibilmente la cella e gli oggetti ivi contenuti non vennero sottoposti a sequestro, né disposte indagini tecnico scientifiche... pure la nudità del corpo - sottolinea - poteva suggerire l’ipotesi di un oltraggio fisico o morale anteriore al decesso che si presume sia stato portato a immediata conoscenza del direttore, dell’ispettore capo e dei medici del carcere".

Ora la soluzione del caso Bianzino, che tante polemiche ha sollevato, passa al gip che entro dieci giorni dovrà dire se riaprire l’inchiesta oppure chiudere per sempre il giallo del morto in cella.

tratto da http://lanazione.ilsole24ore.com/perugia/2008/10/18/126376-famiglia_subito_nuove_indagini.shtml

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Aldo Bianzino - un anno di mobilitazione
veritaperaldo | 13 Ottobre, 2008 14:55

E si, lo hanno detto in tanti, la memoria e' un ingranaggio collettivo.

Che va lubrificato, animato, fatto girare.

Aldo Bianzino è stato arrestato il 12 ottobre 2008 e condotto nel carcere Capanne di Perugia

La mattina del 14 è stato trovato morto nella cella in cui era stato rinchiuso.

E' passato un anno dalla morte "misteriosa" di Aldo.

Un anno di solidarietà concreta, di appelli, presidi, volantinaggi, iniziative di informazione, dibattiti , concerti di sostegno, a Perugia e nel resto d'Italia.

Ma anche un anno di inchieste, insabbiamenti, reticenze, richieste di archiviazione.

C'e' chi vuole dimenticare e chi si ostina a reclamare la verità.

Per questo riprendiamo un percoso di mobilitazione, consapevoli che ora più che mai è necessario fare sentire la nostra voce, perchè la morte di Aldo non passi sotto silenzio:  

Martedi 14 ottobre 2008 ore 11, presso la sala della Vaccara a Perugia: Conferenza Stampa dei familiari di Bianzino e del Comitato "Verità per Aldo".

Venerdi 17 ottobre ore 10, via XIV settembre (Palazzina ex enel): presidio e volantinaggio presso il tribunale dove si trova l'aula del gup, in cui si svolgerà la prima udienza di opposizione all'archiviazione.

Sabato 18 ottobre presso il Centro Sociale ExMattatoio: concerto benefit ore 22

Perchè di carcere non si può morire!

Perchè in carcere per qualche pianta d'erba non si deve finire!

Comitato verità per Aldo http://veritaperaldo.noblogs.org

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Benefit per Aldo Bianzino
veritaperaldo | 09 Ottobre, 2008 14:33
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LE 'IENE' IN TRIBUNALE MA PER CASO BIANZINO
veritaperaldo | 04 Ottobre, 2008 19:36

LE 'IENE' IN TRIBUNALE MA PER CASO BIANZINO

Anche le 'Iene' a Perugia per il caso Meredith Kercher. Una troupe della trasmissione televisiva condotta da Ilary Blasi, fin da questa mattina staziona davanti al Palazzo di Giustizia di Perugia sollecitando passanti e i tanti giornalisti che stanno seguendo l'udienza preliminare per l'omicidio di 'Mez' a "non dimenticare il caso Bianzino". Aldo Bianzino, falegname 44enne, e' stato trovato morto il 14 ottobre 2007 nella cella n. 20 della sezione 2B del carcere perugino di Capanne. Li' era detenuto perche' i Carabinieri di Citta' di Castello avevano trovato nell'orto della sua abitazione a Pietralunga una coltivazione di cannabis. All'epoca si sostenne che le cause della morte erano dovute alle percosse subite durante l'interrogatorio, circostanza in parte confermata anche dall'autopsia e furno ascoltati i comandanti e le guardie carcerarie in servizio. La Procura perugina (Pm Giuseppe Petrazzini) ha aperto un fascicolo per omicidio volontario.

  (AGI) - Perugia, 26 set. -

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IL GIP ACCOGLIE L'OPPOSIZIONE ALL'ARCHIVIAZIONE
veritaperaldo | 11 Agosto, 2008 18:06

INCHIESTA LACUNOSA, LE RAGIONI DEI FAMIGLIARI DI BIANZINO

 
Emanuele Giordana

Domenica 3 Agosto 2008


Come morì Aldo Bianzino, l'ebanista di Pietralunga entrato in perfetto stato di salute in carcere il 12 ottobre dell'anno scorso e uscito senza vita dalla casa circondariale di Perugia due giorni dopo? La domanda, cui la richiesta di archiviazione del Pm Giuseppe Pietrazzini, sembrava aver dato una risposta definitiva con la richiesta di archiviazione, rimbalza adesso nuovamente su una vicenda sin dall'inizio apparsa oscura e piena di misteri. Il Gip Massimo Ricciarelli, cui diverso tempo fa' i famigliari presentarono opposizione in sede civile, ha deciso di accogliere adesso anche l'opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in luglio dall'avvocato dei genitori di Aldo – Giuseppe e Maura – e di Roberta Radici, la compagna di Bianzino con lui arrestata e poi rilasciata senza che nemmeno le fosse stato detto, se non all'uscita dal carcere, che Aldo era morto.
Si deve alla caparbietà dei famigliari dunque se il caso non si chiude in uno scaffale degli uffici giudiziari perugini e se le eccezioni sollevate dal legale, l'avvocato Massimo Zaganelli, ricostruiscono un percorso di dubbi e interrogativi non ancora sciolti che il magistrato ha evidentemente considerato validi, quantomeno a non far diventare la storia di Aldo un semplice faldone di carte polverose. La ricostruzione della parte civile mette in fila tutte le contraddizioni di quelle terribili ore a cominciare dalla mattina di domenica 14 ottobre quando Aldo è rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta seppure sia ottobre inoltrato e Aldo indossi solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. Il corpo viene prelevato dagli agenti, trasportato subito fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell’infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti nulla possono vedere. Si tenta la rianimazione, effettuando il massaggio cardiaco sul corpo inanimato. Uno dei medici dirà che “… non so spiegarmi per quale motivo il detenuto sia stato portato sul pianerottolo davanti alla porta dell’infermeria ancora chiusa poiché (in altri casi) il nostro intervento avveniva direttamente in cella”.
Le indagini riveleranno “…lesioni viscerali di indubbia natura traumatica (lacerazione del fegato) e a livello cerebrale una vasta soffusione emorragica subpiale, ritenuta al momento di origine parimenti traumatica…”. Ma poi le ricerche si esauriscono con l’acquisizione dei filmati estratti dalle videocamere dell’istituto di pena mentre viene aperto procedimento penale nei confronti di una guardia per omissione di soccorso. La richiesta di archiviazione per il reato di omicidio viene formulata dal Pm nel febbraio scorso con la conclusione che Aldo è morto non per trauma ma per un aneurisma cerebrale; la lesione epatica viene ritenuta estranea all’evento letale facendo eslcudere “... l’esistenza di aggressioni del Bianzino”. Motivazioni “assertive e generiche” che, secondo i legali della famiglia, sono “insostenibili” e frutto di un'“istruttoria lacunosa”. Valga per tutto una perizia medico legale secondo cui “...la lacerazione epatica deve essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita e certamente non può essere ascrivibile al massaggio cardiaco, in riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo”.
Il commento, che Roberta Radici ha affidato al quotidiano “La Nazione”, è lapidario: “Una scheggia di luce per il mio piccolo Rudra”, il figlio di Aldo e Roberta rimasto orfano del padre a soli 13 anni. Nessuno in famiglia si è mai arreso all'archiviazione: non gli altri due figli, Aruna Prem ed Elia con la madre Gioia (che hanno presentato l'altra istanza di opposizione), né i genitori e il fratello di Aldo. Il padre, Giuseppe, domenica scorsa è salito sul palco del Goa Boa, il festival per i diritti umani organizzato dalla Tavola della pace a Genova: di fronte a 15 mila persone, convenute anche per il concerto di Manu Chao e quello di Tonino Carotone, Bianzino ha ricordato il valore anche civile della difesa dei diritti umani. Aveva rivolto un suo personale appello al giudice perché non archiviasse il caso. Appello accolto.

http://www.lettera22.it/showart.php?id=9469&rubrica=219 

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L'uccisione di Riccardo Rasman
veritaperaldo | 07 Luglio, 2008 15:48
Pubblichiamo questo articolo comparso su carmillaonline.com sulla un'altra morte sospett: quella di Riccardo Rasman.
Verità per le vittime della violenza di Stato!!
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L'uccisione di Riccardo Rasman

di Valerio Evangelisti

RiccardoRasman.jpgLe sue foto sono strazianti. Una specie di bambino troppo cresciuto, con gli occhi grandi e chiari, ingenui, e un perenne mezzo sorriso sulle labbra, lo stesso che aveva da piccolo. Un “ragazzone” triestino di 34 anni (pesava 120 chili, era alto 1,85), per testimonianza di tutti mite e gentile, un po’ goffo, incapace di fare del male. Era afflitto da “sindrome schizofrenica paranoide”, che lo aveva colpito dopo il servizio militare nell’aeronautica, e gli scherzi feroci a cui era stato sottoposto dai commilitoni. Da quel momento nutrì un timore folle verso chiunque indossasse una divisa. A posteriori, potremmo dire che aveva ragione.
Era seguito dai servizi psichiatrici, ma viveva solo, tanto si sapeva che non era pericoloso. Il 27 ottobre 2006 è stato massacrato e fatto morire da quattro agenti di polizia, tre uomini e una donna. Per “asfissia da posizione”, come nel caso di Federico Aldrovandi.

Quel giorno, per Riccardo, era di felicità, uno dei rari nella sua vita. Era stata accolta la sua richiesta per un posto di netturbino, doveva presentarsi la mattina dopo. Festeggia a modo suo. Accende una radiolina a tutto volume. Esce nudo sul balcone e lancia, nel cortile posteriore, un paio di petardi. Si mette a ballare. I vicini comprensibilmente si spaventano e chiamano la polizia. Arriva una pattuglia che intima a Riccardo di aprire la porta. Le divise tanto temute. L’uomo, terrorizzato, rifiuta, si riveste, va a rannicchiarsi sul letto. La pattuglia, con l’ausilio di due vigili del fuoco, scardina l’uscio dell’appartamento con un piede di porco.
Riccardo cerca di difendersi, getta a terra la poliziotta. Viene percosso sul cranio e sul viso con un manico di piccone e con il piede di porco. I suoi schizzi di sangue imbrattano le pareti della stanza. Alla fine è imbavagliato, ammanettato, le caviglie legate con del filo di ferro. E’ coperto di ferite. Gli salgono sul dorso. Lui rantola, non riesce a respirare. Muore soffocato. Le pareti attorno paiono quelle di una macelleria.
Chi non ci crede, guardi questo video, parte 1 e parte 2, realizzato da Paolo Bertazza.

RiccardoRasman2.jpgSi apre un processo che sembra volgere all’archiviazione, se non fosse per un ripensamento del PM, che di recente ha riaperto il caso. La mobilitazione e la denuncia, malgrado alcune interrogazioni parlamentari e varie controinchieste sul web, sono scarse, e per lo più a livello locale. Eppure è l’ennesimo sintomo di una malattia generalizzata. Come a Genova nel 2001, come nel caso di Federico Aldrovandi, esponenti delle forze dell’ordine si sentono legittimati, dall’uniforme che indossano e dalla quasi certezza dell’impunità (qualcuno ricorderà le centinaia di vittime innocenti della Legge Reale), a scatenare istinti ferini su chi non si può difendere.
Riccardo Rasman, pieno di paure, vittima tutta la vita, è stato ferito e ucciso per avere fatto troppo rumore in un attimo di gioia. Di lui restano a fissarci gli occhi sgranati e il sorriso un po’ incerto, da bambino buono e timido.

Firma la petizione on line.

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Intervista con Giuseppe Bianzino, padre di Aldo Bianzino
veritaperaldo | 20 Giugno, 2008 09:11
Intervista con Giuseppe Bianzino, padre di Aldo Bianzino
Francesco "baro" Barilli
17 giugno 2008

Aldo Bianzino, 44 anni, viene rinchiuso la sera del 12 ottobre scorso nel carcere di Capanne a Perugia, per il possesso di alcune piantine di canapa indiana. Viene trovato senza vita la mattina del 14 ottobre.
Aldo l'ho potuto vedere solo in fotografia; suo padre Giuseppe l'ho incontrato la prima volta a Lodi, un mese fa. L'ho conosciuto tramite Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi, anche lui deceduto in carcere l'11 luglio 2003 (sulla sua morte si sono recentemente riaccese speranze di verità, dopo la riapertura del caso). Quella sera Giuseppe ha abbracciato anche Haidi Giuliani, e poi Danila Tinelli e Maria Iannucci, rispettivamente madre di Fausto e sorella di Iaio. Incroci di destini fatti di dolorose perdite e di mancanza di giustizia, un affetto e una solidarietà che sorgono spontanei.
Dal confronto con le foto del figlio, risulta chiara la somiglianza fra Aldo e Giuseppe. Alti, magri, grandi occhiali. Anche caratterialmente Giuseppe ricorda quel che si racconta dell'indole del figlio. Mitissimo, ma non per questo meno risoluto nel combattere le ingiustizie. Nei gesti e nel sorriso i segni di una cordialità e di una serenità che la tragedia ha incrinato ma non cancellato. "Mio figlio era molto aperto, disposto a parlare con tutti", mi racconta. "Già da bambino, bastava che qualcuno lo chiamasse e lui gli sorrideva e lo seguiva. In questo era simile a me, o almeno a come ero una volta. Oggi sono cambiato. Una volta sorridevo sempre e qualcuno mi chiedeva 'ma cos'hai da ridere?'. Io semplicemente sorridevo perché mi sembrava che la vita mi sorridesse. Oggi sorrido poco, quella domanda non me la rivolgono più...".
Lo incontro nuovamente nella sua casa di Vercelli. Lui ha voglia di parlare e io di dargli voce.

Tu quando vieni a sapere della morte di Aldo?

Domenica pomeriggio, quando era già morto da alcune ore. Mi ha telefonato Gioia, la sua prima moglie, madre dei due figli maggiori (Aruna ed Elia). All'inizio ha chiesto se Aruna era lì da me, poi ha tergiversato un po', non sapeva come dirmelo. Prima ha detto che mio figlio aveva avuto un infarto, solo dopo qualche minuto ha aggiunto che era morto, ma non mi ha specificato i dettagli, non ha parlato del carcere, non se la sentiva. In quel momento ha accennato solo a mancanze nei soccorsi. Mia moglie era in giardino, gliel'ho dovuto riferire io. Non sai cosa significa dire una cosa del genere a una madre... Ho cominciato a sapere tutta la storia pochi giorni dopo. Poi, dopo altro tempo ancora, è stata sempre Gioia a dirmi "adesso devo raccontarti tutto". Mi ha parlato dell'autopsia, dei 4 ematomi cerebrali, dei danni al fegato e alla milza. In quel momento si diceva pure di due costole rotte, circostanza che però sembra essere stata smentita dall'autopsia successiva. Nel frattempo erano cominciati i contatti con Roberta, la sua compagna (arrestata assieme a lui e scarcerata subito dopo la morte di Aldo), e la nostra battaglia comune per capire cosa fosse successo in quella cella.

Ti sei fatto qualche idea su quanto accaduto?

Ho due ipotesi. Forse i suoi carcerieri pensavano davvero di trovarsi di fronte a uno spacciatore. Non avendo trovato denaro in casa di Aldo e Roberta (la perquisizione aveva raccolto solo trenta euro), hanno pensato avessero nascosto "il malloppo" da qualche parte. Per questo può darsi l'abbiano malmenato, per farlo confessare. L'altra ipotesi si basa sull'idiosincrasia di mio figlio verso strutture chiuse come il carcere. Aldo era molto tranquillo e aperto di carattere, ma incapace di comportamenti servili e non incline al rispetto delle gerarchie. In un ambiente chiuso e codificato come dev'essere il carcere si crea quella subordinazione che pretende ritualità, rispetto ossequioso verso gli ordini: una realtà impossibile per lui. Magari questo l'ha portato a qualche reazione e di conseguenza può essere scattata la voglia di dargli "una lezione".

Cosa puoi dirmi sullo stato delle indagini?

Il magistrato che aveva in mano l'inchiesta era lo stesso che l'ha fatto arrestare. Un arresto che considero assurdo non solo per l'assoluta mancanza di pericolosità di persone come Aldo e Roberta, ma anche perché avvenuto di venerdì pomeriggio, costringendo quindi due persone a restare in carcere inutilmente per almeno tre giorni. Tutto questo senza poter vedere un giudice e chiarire la loro posizione, e per di più lasciando Rudra e la nonna (ossia il figlio quattordicenne di Aldo e Roberta, e una novantenne in precarie condizioni di salute) completamente isolati e abbandonati a se stessi. Sulla sua morte è stata chiesta l'archiviazione, a cui si è opposta tutta la famiglia, coi rispettivi avvocati. Non so cosa aspettarmi delle indagini, seppure da ignorante in materia legale ci vedo troppi buchi. Io pensavo che in un carcere, almeno nei corridoi e nei luoghi di passaggio, ci fosse una vigilanza costante, anche tramite telecamere, eppure ancora oggi non si sa chi sia entrato e uscito da quella cella. Prima abbiamo accennato a incongruenze nelle autopsie e voglio farti un esempio specifico. Le lesioni al fegato le hanno giustificate con una manovra di rianimazione maldestra, fatta con imperizia e troppa violenza. Ammesso che si possa credere a questa versione, è possibile che non si sappia chi ha operato quel tentativo di soccorso?

Alla fine si sta facendo strada la teoria di una morte per cause naturali, per rottura aneuristica. Inoltre, si è parlato molto dell'assenza di lesioni esterne...

L'aneurisma è un elemento di debolezza del sistema circolatorio, che può starsene tranquillo per anni e poi cedere. Cosa posso dirti?... Forse per deformazione professionale da vecchio chimico ragiono in termini pratici, di impianti. Alla Thyssen Krupp l'impianto faceva schifo, ma è successo qualcosa che l'ha fatto scoppiare. Ecco, anche volendo credere all'aneurisma, io sono alla ricerca di quel "qualcosa". Nulla capita per caso. Sulla mancanza di segni esteriori, tu pensi ci siano lesioni esterne nei prigionieri di Guantanamo? O sui corpi dei poveracci passati nelle mani di Videla o Pinochet per poi essere scaricati in mare?

La storia di tuo figlio mi ricorda un panorama in cui la nebbia prima si dirada e poi si riaddensa. Ci parla di una zona grigia nello stato dei diritti, favorita dall'intreccio tra retorica securitaria e guerra al diverso.

In questi tempi si fa un gran parlare di sicurezza, peraltro cercando di distorcere la scala di importanza dei fatti. Quando si parla di sicurezza e legalità non si parla dei morti sul lavoro, che sembrano confinati in un altro pianeta, e neppure dei grandi truffatori, che non sembrano destare quello che oggi viene chiamato "allarme sociale". Intendiamoci, capisco che il ladro che ruba la pensione alla vecchietta che l'ha appena ritirata sia un problema reale e da affrontare, ma non capisco quale allarme possa essere determinato da uno che si fa uno spinello. Chi vive alle nostre spalle rubando miliardi o guadagnandoli in modo poco pulito, al contrario, non è considerato pericoloso. Tu mi parli di nebbia e di zona d'ombra ed è corretto; io, al di là del dolore personale, la storia di mio figlio l'ho vissuta come un'enorme contraddizione. Una contraddizione di quello che una volta avremmo chiamato "il sistema".

La vicenda di Aldo ti ha creato un'idea in generale del mondo carcerario? E come è cambiata, se è cambiata, la tua visione della giustizia?

Cosa penso del carcere? Che è una cosa diversa se ti chiami Geronzi o Bianzino. Può sembrare banale ma è così, è quel che sento. Quando oggi leggo di tragedie successe nei CPT, di persone malmenate o morte "in circostanze misteriose", come si dice, provo la stessa sensazione: carceri e CPT sono luoghi dove la persona perde i propri diritti. Per questo è facile che lì dentro certe cose succedano, ed è difficile poi scoprire la verità. E parlo di due luoghi che a torto si pensa debbano tutelare solo chi sta fuori da chi vi è imprigionato. E' falsissimo: carcere e CPT dovrebbero tutelare pure chi sta dentro. Questo perché anche chi viene rinchiuso in una di quelle strutture è sotto la tutela dello Stato. Tutti, ma a maggior ragione quelli che, come Aldo, sono reclusi senza aver subito una condanna e quindi vanno considerati innocenti fino all'emissione della sentenza. Del resto ne abbiamo parlato prima: quando si parla di sicurezza si parla di una sicurezza monca e ambigua. Le morti in carcere sono tantissime. Non parliamo di quelle nei CPT, visto che quei poveracci ormai sembrano appartenere a una categoria subumana. Non parliamo di Carlo Giuliani: per lui hanno ripristinato la pena di morte, direttamente in piazza. Una volta avremmo parlato di "giustizia di classe": forse dovremmo avere il coraggio di dirlo anche oggi...

Francesco "baro" Barilli

http://www.reti-invisibili.net/morticarceri/articles/art_13436.html

 

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