Da Fuoriluogo, di Patti Cirino - 26 ottobre 2008
Se raccontare è resistere,
prendere posizione, mantenere viva la memoria collettiva, è tempo di
agire e di ricordare Aldo Bianzino, 43 anni, ebanista, residente a
Pietralunga, in Umbria: entrato in perfetto stato di salute nel carcere
perugino di Capanne il 12 ottobre 2007 e trovato senza vita nella cella
n. 20, sezione 2B il 14 ottobre 2007.
Il pm Petrazzini, sulla base
della perizia autoptica (lacerazione traumatica del fegato per una
lesione emorragica subpiale, ritenuta anch’essa di tipo traumatico) e
dei risultati forniti, apre un procedimento per omicidio volontario ad
opera di ignoti e un secondo fascicolo nei confronti di Gianluca
Caldoro, assistente della penitenziaria, per omissione di soccorso e
omissione di atti d’ufficio. Ma le ricerche si esauriscono con
l’acquisizione dei filmati estratti dalle videocamere interne
dell’istituto di pena e l’assunzione di sommarie informazioni da
detenuti, agenti e personale sanitario dell’istituto.
Se raccontare
è resistere, è tempo di resistere a indagini inquinate, manipolazioni
d’informazione, istruttorie lacunose frutto di conflitti d’interesse
(l’attività investigativa viene anche svolta da appartenenti alla
polizia penitenziaria in servizio a Perugia), tentativi di
insabbiamento, richieste di archiviazione perché «il fatto non
sussiste». La morte, secondo la perizia medico-legale, è stata
provocata dalla rottura di un aneurisma cerebrale: la lesione epatica
definita «estranea all’evento letale», il decesso attribuito a cause
naturali, escludendo l’esistenza di aggressioni nei confronti della
vittima.
È tempo allora di ricostruire un percorso di dubbi
e interrogativi non ancora sciolti, evidenziare tutte le contraddizioni
del caso, disporre nuove linee di indagine sulla identificazione degli
autori del trauma e ottenere verità e giustizia per Aldo.
La
resistenza è azione, è inchiesta, è ricerca, come quella del medico
legale dei familiari di Aldo, che nella sua perizia sostiene: «la
lacerazione epatica deve essere ritenuta conseguenza di un valido
trauma occorso in vita, non ascrivibile al massaggio cardiaco, in
riferimento al quale vi è prova certa che avvenne a cuore fermo»,
ipotizzando l’omicidio volontario. L’esistenza di un nesso tra la
lesione al fegato e la morte, quanto meno in termini di concausa,
esclude che il trauma al fegato sia stato provocato da massaggio
cardiaco o da altre cause, che comunque vengono negate anche dalla
stessa relazione dei consulenti del Pubblico ministero.
In base a
queste argomentazioni i familiari, il comitato e il pool di avvocati
(Di Natale, Donati, Zaganelli) si sono opposti alla richiesta di
archiviazione e il 17 ottobre sono stati ascoltati dal gip Massimo
Ricciarelli all’udienza preliminare in cui sono stati evidenziati tutti
gli elementi investigativi e le circostanze anomale da approfondire (la
posizione del corpo sulla branda, l’essere nudo in periodo autunnale,
il trasferimento del corpo fuori dalla cella e la sua deposizione
davanti la porta chiusa dell’infermeria; le dichiarazioni dei
testimoni, dei medici di turno, l’analisi dei filmati delle telecamere
a circuito chiuso).
È tempo di reclamare l’iscrizione nel
registro degli indagati del personale in servizio nella sezione del
carcere di Capanne, di generare nuove forme di agire politico perché
sia fatta giustizia per Aldo. Denunciare chi umilia le persone sotto
custodia, chi infligge sofferenze fisiche e psichiche ai detenuti, chi
uccide. Non permettere che motivazioni «assertive e generiche» possano
innescare processi di oblio e costruire così impunità di comodo.
Patti Cirino
di Valerio Evangelisti
Le
sue foto sono strazianti. Una specie di bambino troppo cresciuto, con
gli occhi grandi e chiari, ingenui, e un perenne mezzo sorriso sulle
labbra, lo stesso che aveva da piccolo. Un “ragazzone” triestino di 34
anni (pesava 120 chili, era alto 1,85), per testimonianza di tutti mite
e gentile, un po’ goffo, incapace di fare del male. Era afflitto da
“sindrome schizofrenica paranoide”, che lo aveva colpito dopo il
servizio militare nell’aeronautica, e gli scherzi feroci a cui era
stato sottoposto dai commilitoni. Da quel momento nutrì un timore folle
verso chiunque indossasse una divisa. A posteriori, potremmo dire che
aveva ragione.
Era seguito dai servizi psichiatrici, ma viveva solo, tanto si sapeva
che non era pericoloso. Il 27 ottobre 2006 è stato massacrato e fatto
morire da quattro agenti di polizia, tre uomini e una donna. Per
“asfissia da posizione”, come nel caso di Federico Aldrovandi.
Quel giorno, per Riccardo, era di felicità, uno dei rari nella sua
vita. Era stata accolta la sua richiesta per un posto di netturbino,
doveva presentarsi la mattina dopo. Festeggia a modo suo. Accende una
radiolina a tutto volume. Esce nudo sul balcone e lancia, nel cortile
posteriore, un paio di petardi. Si mette a ballare. I vicini
comprensibilmente si spaventano e chiamano la polizia. Arriva una
pattuglia che intima a Riccardo di aprire la porta. Le divise tanto
temute. L’uomo, terrorizzato, rifiuta, si riveste, va a rannicchiarsi
sul letto. La pattuglia, con l’ausilio di due vigili del fuoco,
scardina l’uscio dell’appartamento con un piede di porco.
Riccardo cerca di difendersi, getta a terra la poliziotta. Viene
percosso sul cranio e sul viso con un manico di piccone e con il piede
di porco. I suoi schizzi di sangue imbrattano le pareti della stanza.
Alla fine è imbavagliato, ammanettato, le caviglie legate con del filo
di ferro. E’ coperto di ferite. Gli salgono sul dorso. Lui rantola, non
riesce a respirare. Muore soffocato. Le pareti attorno paiono quelle di
una macelleria.
Chi non ci crede, guardi questo video, parte 1 e parte 2, realizzato da Paolo Bertazza.
Si
apre un processo che sembra volgere all’archiviazione, se non fosse per
un ripensamento del PM, che di recente ha riaperto il caso. La
mobilitazione e la denuncia, malgrado alcune interrogazioni
parlamentari e varie controinchieste sul web, sono scarse, e per lo più
a livello locale. Eppure è l’ennesimo sintomo di una malattia
generalizzata. Come a Genova nel 2001, come nel caso di Federico
Aldrovandi, esponenti delle forze dell’ordine si sentono legittimati,
dall’uniforme che indossano e dalla quasi certezza dell’impunità
(qualcuno ricorderà le centinaia di vittime innocenti della Legge
Reale), a scatenare istinti ferini su chi non si può difendere.
Riccardo Rasman, pieno di paure, vittima tutta la vita, è stato ferito
e ucciso per avere fatto troppo rumore in un attimo di gioia. Di lui
restano a fissarci gli occhi sgranati e il sorriso un po’ incerto, da
bambino buono e timido.
Firma la petizione on line.
Aldo Bianzino, 44 anni, viene rinchiuso la sera del 12 ottobre
scorso nel carcere di Capanne a Perugia, per il possesso di alcune
piantine di canapa indiana. Viene trovato senza vita la mattina del 14
ottobre.
Aldo l'ho potuto vedere solo in fotografia; suo padre Giuseppe l'ho
incontrato la prima volta a Lodi, un mese fa. L'ho conosciuto tramite
Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi, anche lui deceduto in carcere
l'11 luglio 2003 (sulla sua morte si sono recentemente riaccese
speranze di verità, dopo la riapertura del caso). Quella sera Giuseppe
ha abbracciato anche Haidi Giuliani, e poi Danila Tinelli e Maria
Iannucci, rispettivamente madre di Fausto e sorella di Iaio. Incroci di
destini fatti di dolorose perdite e di mancanza di giustizia, un
affetto e una solidarietà che sorgono spontanei.
Dal confronto con le foto del figlio, risulta chiara la somiglianza fra
Aldo e Giuseppe. Alti, magri, grandi occhiali. Anche caratterialmente
Giuseppe ricorda quel che si racconta dell'indole del figlio.
Mitissimo, ma non per questo meno risoluto nel combattere le
ingiustizie. Nei gesti e nel sorriso i segni di una cordialità e di una
serenità che la tragedia ha incrinato ma non cancellato. "Mio figlio era molto aperto, disposto a parlare con tutti", mi racconta. "Già
da bambino, bastava che qualcuno lo chiamasse e lui gli sorrideva e lo
seguiva. In questo era simile a me, o almeno a come ero una volta. Oggi
sono cambiato. Una volta sorridevo sempre e qualcuno mi chiedeva 'ma
cos'hai da ridere?'. Io semplicemente sorridevo perché mi sembrava che
la vita mi sorridesse. Oggi sorrido poco, quella domanda non me la
rivolgono più...".
Lo incontro nuovamente nella sua casa di Vercelli. Lui ha voglia di parlare e io di dargli voce.
Tu quando vieni a sapere della morte di Aldo?
Domenica pomeriggio, quando era già morto da alcune ore. Mi ha telefonato Gioia, la sua prima moglie, madre dei due figli maggiori (Aruna ed Elia). All'inizio ha chiesto se Aruna era lì da me, poi ha tergiversato un po', non sapeva come dirmelo. Prima ha detto che mio figlio aveva avuto un infarto, solo dopo qualche minuto ha aggiunto che era morto, ma non mi ha specificato i dettagli, non ha parlato del carcere, non se la sentiva. In quel momento ha accennato solo a mancanze nei soccorsi. Mia moglie era in giardino, gliel'ho dovuto riferire io. Non sai cosa significa dire una cosa del genere a una madre... Ho cominciato a sapere tutta la storia pochi giorni dopo. Poi, dopo altro tempo ancora, è stata sempre Gioia a dirmi "adesso devo raccontarti tutto". Mi ha parlato dell'autopsia, dei 4 ematomi cerebrali, dei danni al fegato e alla milza. In quel momento si diceva pure di due costole rotte, circostanza che però sembra essere stata smentita dall'autopsia successiva. Nel frattempo erano cominciati i contatti con Roberta, la sua compagna (arrestata assieme a lui e scarcerata subito dopo la morte di Aldo), e la nostra battaglia comune per capire cosa fosse successo in quella cella.
Ti sei fatto qualche idea su quanto accaduto?
Ho due ipotesi. Forse i suoi carcerieri pensavano davvero di trovarsi di fronte a uno spacciatore. Non avendo trovato denaro in casa di Aldo e Roberta (la perquisizione aveva raccolto solo trenta euro), hanno pensato avessero nascosto "il malloppo" da qualche parte. Per questo può darsi l'abbiano malmenato, per farlo confessare. L'altra ipotesi si basa sull'idiosincrasia di mio figlio verso strutture chiuse come il carcere. Aldo era molto tranquillo e aperto di carattere, ma incapace di comportamenti servili e non incline al rispetto delle gerarchie. In un ambiente chiuso e codificato come dev'essere il carcere si crea quella subordinazione che pretende ritualità, rispetto ossequioso verso gli ordini: una realtà impossibile per lui. Magari questo l'ha portato a qualche reazione e di conseguenza può essere scattata la voglia di dargli "una lezione".
Cosa puoi dirmi sullo stato delle indagini?
Il magistrato che aveva in mano l'inchiesta era lo stesso che l'ha fatto arrestare. Un arresto che considero assurdo non solo per l'assoluta mancanza di pericolosità di persone come Aldo e Roberta, ma anche perché avvenuto di venerdì pomeriggio, costringendo quindi due persone a restare in carcere inutilmente per almeno tre giorni. Tutto questo senza poter vedere un giudice e chiarire la loro posizione, e per di più lasciando Rudra e la nonna (ossia il figlio quattordicenne di Aldo e Roberta, e una novantenne in precarie condizioni di salute) completamente isolati e abbandonati a se stessi. Sulla sua morte è stata chiesta l'archiviazione, a cui si è opposta tutta la famiglia, coi rispettivi avvocati. Non so cosa aspettarmi delle indagini, seppure da ignorante in materia legale ci vedo troppi buchi. Io pensavo che in un carcere, almeno nei corridoi e nei luoghi di passaggio, ci fosse una vigilanza costante, anche tramite telecamere, eppure ancora oggi non si sa chi sia entrato e uscito da quella cella. Prima abbiamo accennato a incongruenze nelle autopsie e voglio farti un esempio specifico. Le lesioni al fegato le hanno giustificate con una manovra di rianimazione maldestra, fatta con imperizia e troppa violenza. Ammesso che si possa credere a questa versione, è possibile che non si sappia chi ha operato quel tentativo di soccorso?
Alla fine si sta facendo strada la teoria di una morte per cause naturali, per rottura aneuristica. Inoltre, si è parlato molto dell'assenza di lesioni esterne...
L'aneurisma è un elemento di debolezza del sistema circolatorio, che può starsene tranquillo per anni e poi cedere. Cosa posso dirti?... Forse per deformazione professionale da vecchio chimico ragiono in termini pratici, di impianti. Alla Thyssen Krupp l'impianto faceva schifo, ma è successo qualcosa che l'ha fatto scoppiare. Ecco, anche volendo credere all'aneurisma, io sono alla ricerca di quel "qualcosa". Nulla capita per caso. Sulla mancanza di segni esteriori, tu pensi ci siano lesioni esterne nei prigionieri di Guantanamo? O sui corpi dei poveracci passati nelle mani di Videla o Pinochet per poi essere scaricati in mare?
La storia di tuo figlio mi ricorda un panorama in cui la nebbia prima si dirada e poi si riaddensa. Ci parla di una zona grigia nello stato dei diritti, favorita dall'intreccio tra retorica securitaria e guerra al diverso.
In questi tempi si fa un gran parlare di sicurezza, peraltro cercando di distorcere la scala di importanza dei fatti. Quando si parla di sicurezza e legalità non si parla dei morti sul lavoro, che sembrano confinati in un altro pianeta, e neppure dei grandi truffatori, che non sembrano destare quello che oggi viene chiamato "allarme sociale". Intendiamoci, capisco che il ladro che ruba la pensione alla vecchietta che l'ha appena ritirata sia un problema reale e da affrontare, ma non capisco quale allarme possa essere determinato da uno che si fa uno spinello. Chi vive alle nostre spalle rubando miliardi o guadagnandoli in modo poco pulito, al contrario, non è considerato pericoloso. Tu mi parli di nebbia e di zona d'ombra ed è corretto; io, al di là del dolore personale, la storia di mio figlio l'ho vissuta come un'enorme contraddizione. Una contraddizione di quello che una volta avremmo chiamato "il sistema".
La vicenda di Aldo ti ha creato un'idea in generale del mondo carcerario? E come è cambiata, se è cambiata, la tua visione della giustizia?
Cosa penso del carcere? Che è una cosa diversa se ti chiami Geronzi o Bianzino. Può sembrare banale ma è così, è quel che sento. Quando oggi leggo di tragedie successe nei CPT, di persone malmenate o morte "in circostanze misteriose", come si dice, provo la stessa sensazione: carceri e CPT sono luoghi dove la persona perde i propri diritti. Per questo è facile che lì dentro certe cose succedano, ed è difficile poi scoprire la verità. E parlo di due luoghi che a torto si pensa debbano tutelare solo chi sta fuori da chi vi è imprigionato. E' falsissimo: carcere e CPT dovrebbero tutelare pure chi sta dentro. Questo perché anche chi viene rinchiuso in una di quelle strutture è sotto la tutela dello Stato. Tutti, ma a maggior ragione quelli che, come Aldo, sono reclusi senza aver subito una condanna e quindi vanno considerati innocenti fino all'emissione della sentenza. Del resto ne abbiamo parlato prima: quando si parla di sicurezza si parla di una sicurezza monca e ambigua. Le morti in carcere sono tantissime. Non parliamo di quelle nei CPT, visto che quei poveracci ormai sembrano appartenere a una categoria subumana. Non parliamo di Carlo Giuliani: per lui hanno ripristinato la pena di morte, direttamente in piazza. Una volta avremmo parlato di "giustizia di classe": forse dovremmo avere il coraggio di dirlo anche oggi...
http://www.reti-invisibili.net/morticarceri/articles/art_13436.html
Ringraziamo i Subsonica che hanno suonato a Perugia il 13 marzo 2008 per l'intervento fatto dal palco sulla vicenda di Aldo e per averci permesso di fare il banchetto informativo.
Un grazie anche a tutti i ragazzi che si sono avvicinati e hanno chiesto informazioni.
Qui sotto il video dell'intervento.
Storie di ordinaria repressione: racconti e testimonianze.
Ricostruiamo
il filo rosso della repressione che parte dai casi di Livorno (Marcello
Lonzi) e di Ferrara (Federico Aldrovandi) fino ad arrivare all'ottobre
umbro caratterizzato dalla morte in carcere di Aldo Bianzino e dallo
spettacolare arresto dei ragazzi di Spoleto.
Intervento di Roberta Radici compagna di Aldo Bianzino.
Parte 1:
Parte 2:
Riceviamo e pubblichiamo:
Alcune considerazioni sul caso di Aldo Bianzino La vicenda è nota. Aldo Bianzino è stato arrestato il 12 ottobre 2008 e condotto nel carcere Le capanne di perugia. La mattina del 14 è stato trovato morto nella cella in cui era stato rinchiuso. Quali le cause della sua morte? Ad una prima autopsia vengono riscontrate diverse lesioni "compatibili con l'ipotesi di omicidio" e subito si ipotizza la sua morte per percosse subite durante la sua breve detenzione. Viene aperta una inchiesta. Dopo una seconda autopsia,l'asportazione del fegato e del cervello,la sua morte viene fatta risalire a cause naturali,negando di fatto l'ipotesi delle percosse. Ma se A. fosse veramente morto per cause naturali che bisogno ci sarebbe stato di occultare la vista del suo corpo,steso nudo per terra,agli altri detenuti ponendo delle lenzuola sulle porte di tutte le altre celle della sezione? Che bisogno ci sarebbe stato di sottoporre il suo corpo a due autopsie e all'asportazione del fegato e del cervello? E se invece fosse vero che Aldo sia stato ammazzato di botte, dove ci conduce la risposta a questa domanda? Aldo può essere stato percosso nel corso di un interrogatorio informale di polizia ,come si dice, oppure nel corso di un banale diverbio con qualche agente di custodia. Tutto cio addomberebbe il sospetto che nelle scuole di polizia di questo paese si insegnino le moderne tecniche americane di conduzione degli interrogatori e di trattemento dei detenuti. Allora ci sarebbe da ridire anche sul comportamento del magistrato inquirente ,del direttore del carcere ,del comandante degli agenti di custodia e dei medici legali. La risposta afferamativa alla domanda posta ha delle rilevanze politiche enormi:significa che a Perugia ci sarebbero una o più persone che sono addestrate a picchiare scientificamente,che avrebbero ammazzato una persona e che rispetto a questo fatto godrebbero della impunità con la complicità di una parte della magistratura e dei medici legali. Questo gruppo di assassini non si anniderebbe nelle pieghe oscure del territorio perugino ma starebbe al centro dell istituzioni della città. Quello che stupisce è anche il silenzio stagnante che circonda la vicenda non una voce chiara ma tante ambigue risposte da parte dei partiti e delle amministrazioni cittadine. Si parla di questi fatti con la più assoluta noncuranza come se si trattasse di un banale fatto di cronaca. Ma come c'è il sospetto che un uomo sia stato ammazzato nel carcere.Chi è l'assassino? Ci sarebbe da mettersi a gridare ai quattro venti di fronte al solo sospetto che all'interno delle istituzioni democratiche ci sia una banda di assassini che agisce impunita al di fuori dei confini della stessa legge che dovrebbe difendere.Questo è il nodo che sta al centro di tutta la vicenda. Ed è un nodo politicamente rilevante. Più terra terra sarebbe forse opportuno proporre che l'inchiesta sulle cause della morte di Aldo fosse affidata ad un altra procura. Ed invece è successo che l'inchiesta sulla morte di Aldo è stata lasciata in mano al medesimo magistrato che ha ordinato la sua cattura il quale ha affidato una parte delle indagini al corpo di polizia penitenziaria,lo stesso corpo del quale alcuni componenti possono essere sospettati del pestaggio che ha causato la morte. Al limite lo stesso magistrato che ha ordinato la cattura potrebbe essere sentito,come teste, nell'inchiesta sulla cause di morte. Perchè almeno ipotizzando a tutto campo anche la vendetta mafiosa, sarebbe interresante sapere come si è arrivati all'individuazione di Aldo. Per chiarezza ed onestà istituzionale sarebbe opportuno proporre di cambiare procura. Parliamone. Inoltre sarebbe necessario costruire intorno a questa vicenda il più ampio schieramento di opinione possibile sollecitando prese di posizione politiche da parte di esponenti di partiti e di rappresentanti istituzionali. E non si dica che non c'entra con le campagne elettorali perchè come si fa a sollecitare adesione al voto democratico,sopratutto tra i giovani, se poi le istituzioni stesse sono incapaci di ammettere i propri errori quando violano gli stessi principi democratici alla cui difesa sono preposte?
Audio della conferenza stampa del 25 febbraio 2008, del Comitato "Verita' per Aldo" per presentare il dossier sulla morte di Aldo Bianzino nel carcere di Capanne .
fonte: RadioRadicale http://www.radioradicale.it/scheda/248118
Il materiale contenuto in questo articolo è rilasciato con licenza Creative Commons Attribution 2.5 Italy
Sicuro da morire.....
Interrogativi sull'archiviazione del processo per omicidio
volontario per la morte di Aldo Bianzino
CLICCA QUI PER SCARICARE IL DOSSIER
"Comitato verità per Aldo"
atemi nome e cognome di un solo ragazzo finito in prigione per un pezzetto di fumo e mi dimetto da deputato.
L’incauta dichiarazione, pronunciata a La7 nel dicembre del 2006, è di
Gianfranco Fini, sostenitore della legge contro gli spinelli insieme al
pio Giovanardi. In un anno gli incarcerati per detenzione di cannabis
ad uso personale sono stati più di 130.
Naturalmente Fini non si è dimesso e l’Unione, che nel programma si era
impegnata a superare la legge e ad istituire un garante a tutela delle
persone private della libertà, non ha concretizzato le promesse. E così
oggi, la repressiva legge ha al suo attivo anche un morto: Aldo
Bianzino un pacifico falegname di Pietralunga colpevole di coltivare
qualche piantina per uso personale.
Due giorni dopo il suo arresto viene trovato privo di vita, nudo, nella sua cella. (Continua)
Aldo Bianzino è morto nella prigione di Capanne a Perugia, il 14 ottobre 2007,
2 giorni dopo il suo arresto per aver coltivato piante di canapa nel suo orto.
1
Tutt’oggi il piede mi fa male
dal maledetto armadio Ikea che ci è caduto su
otto mesi fa
e Aldo è morto.
E tutto il giorno che penso alla fragilità
come il dolore si ricorda del dolore
e Aldo è morto.
Argentina disse che aveva dei bellissimi occhi verdi
ma non ci feci mai caso.
Era molto bello,
Era
2
E’ autunno, sì, quella stagione
arancione per la sua asprezza, rosso per il fuoco e la brace e le ceneri,
l’urna funeraria che lui non ha mai avuto
così solita in Umbria.
Scolpirò una sega sulla sua e della carta vetrata.
Questi spigoli ruvidi non diventeranno mai lisci.
E una buffa spazzola.
3
Non l’ho mai conosciuto bene.
Ma non mi riesce di immaginarlo diventare uno spettro.
Quegli occhiali sfavillanti,
estrosa costellazione.
4
Construirò quella passerella
dal terrazzo al ripostiglio in giardino
con le sei altalene di canovaccio matte
vele a strisce verdi e blu
che danzano sotto le raffiche o ferme
in memoria di te.
5
Sempre preoccupandoti per gli altri —
ti premeva così tanto.
L’esame perso del tuo figlio, quasi perso,
alla fine, ce l’ha fatta.
L’epatite persistente di tua moglie, troppo spaventata
per andare all’ospedale, alla fine
ci dovrà andare. Alla fine
il tuo fegato schiacciato, la milza
schiacciata – “lesioni interne.”
Soffro di lesioni interne ora.
Ho dovuto cercare milza sul dizionario,
trovavo sempre milizia.
6
Eri la prima persona con cui parlai
quando tornai dall’ospedale con Melina
e scoprii una nuova solitudine.
Mite, così mite,
dolce falegname dalle mani dorate
che sempre costruivano.
Sembri esserci sempre stato per i passaggi.
Avessi potuto darti
un ditale di compassione
il tuo ultimo momento duro.
7
Chiese dell’acqua tre volte
e i soldati lo derisero.
La guardia fece su e giù nel suo pentametro.
8
L’acqua della vita…
Diversi reclusi ti hanno sentito lamentarti
quella domenica mattina, prima che venissi pronunciato morto.
Migliora la tua pronuncia, giovanotto.
Cosa può fare la bellezza?
Mi lancio fra te e la spranga.
9
Invita tutti i piccioni
alla conferenza internazionale sulla tortura.
10
La prigione è un cerchio chiuso.
Le stanze di solito non hanno vista
sull’oceano (cioè l’infinito) o sulla neve
che è così spesso una benedizione
o sui meli di color bianco (e va bene, rosa)
il vergognarsi del diventare.
Né possiamo vedere noi attraverso le finestre che non hanno scuri
e questo aumenta la gravità della parentesi.
O, simbolo della perfezione.
11
E’ ragionevole sentirsi confortati dagli articoli usciti
sui giornali locali e nazionali e internazionali
essere soddisfatti dalla rivendicazione
del diritto all’informazione
ma di ragionevole cosa c’è nel dolore
nel protagonista indifeso di tutta la fanfara,
la sua famiglia scheggiata?
12
Che applichino balsami lenitivi su tutte le tue ferite
interne ed esterne, visibili ed invisibili
(vecchia tecnica degli asciugamani bagnati, perfezionata dal fascismo)
e che ti avvolgano nelle fasce imbevute di mirra e di cannella
per poi avviarti sul tuo viaggio ninnando.
E che la fisarmonica delle onde
ti sostenga con qualche tua melodia preferita
e ti porti onorevolmente
dovunque tu più vorresti essere.
Jane Oliensis vive nelle colline di Assisi con la
sua famiglia, tre simpatici cani e due gatti.
Scrive ed insegna. E’ presidente dell’associazione
culturale Humanities Spring in Assisi.
tratto da: http://www.micropolis-segnocritico.it/mensile/?p=794
Qui sopra trovate la rassegna stampa completa dal 13 ottobre al 13 novembre.
(per vedere tutta la rassegna stampa cliccare sul file "bianzino.pdf" che si trova qui sopra)
Siamo qua per raccontare la storia di un uomo, un mite falegname, esile, meditativo, incensurato.
Quest'uomo era un padre, un fratello, un figlio, un compagno di vita, un pacifico, un buono, un gran lavoratore, un giovane di 44 anni che aveva ancora tanto da dare a questo mondo.
La mattina del 12 ottobre scorso una pattuglia di carabinieri ha trovato alcune piantine di marijuana nel terreno del suo casolare di campagna, coltivate per uso personale, e per questo lo ha prelevato ed affidato alle patrie galere. Ha salutato il figlio quattordicenne e la nonna novantunenne (lasciati soli nella cascina isolata tra gli appennini umbri) con la serenità che lo ha sempre contraddistinto e con la sicurezza di essere di ritorno entro pochi giorni. Nel carcere di Capanne è stato sottoposto ad una visita medica che lo ha dichiarato in perfetta salute e poi rinchiuso in una cella di isolamento, da cui e' uscito morto due giorni piu' tardi.
Nel frattempo non c'e' stata un'udienza di convalida dell'arresto, non è entrato in contatto con altri detenuti, non ha contattato nessuno esterno al carere.
Cosa sia invece successo in quella cella stanno ancora provando a stabilirlo le indagini, a quasi due mesi di distanza. Le analisi autoptiche parlano di lacerazioni ed emorragie a fegato e cervello, ma di nessun segno esterno di violenza. Quello che possiamo immaginare è una violenza compiuta da un "professionista" o, nella "migliore" delle ipotesi, un'omissione di soccorso. Quello che possiamo fare è, invece, affidare le nostre speranze ad uno stato che indaga su se stesso, in cui un fatto così grave viene sovrastato da casi di cronaca più "interessanti", magari con qualche scandalo sessuale, sicuramente senza il coinvolginento di pubbliche istituzioni. Quello che possiamo sperare è che sia fatta chiarezza su questo caso, che sia resa "giustizia" e dignità ad una persona, che tragedie del genere non siano più rese possibili.
Aruna Prem Bianzino
Dal blog del laboratorio autonomo unipg riprendiamo questo video e questa galleria fotografica sulla manifestazione del 10 novembre 2007
Informazioni utili per arrivare al luogo di partenza della manifestazione. Per chi viene in auto, uscita e45 Perugia-Prepo e seguire il percorso segnato sulla mappa.
Visualizzazione ingrandita della mappa
Per l'occasione della vostra manifestazione voglio mandarvi un saluto, un abbraccio e soprattutto un invito a lottare senza mai fermarvi perché non si dimentichino i nostri cari e l'ingiustizia atroce che rappresentano le carceri e il modo in cui la gente ci muore. Purtroppo oggi non sono fisicamente lì con voi, ma c'è il mio cuore. Vorrei che si sentisse tutto il mio appoggio per chi protesta e si ribella e che tutta la mia rabbia sia d'aiuto a quelli che vogliono porre fine alla tirannia che rappresenta il carcere. I giornali e le televisioni parlano tanto di bullismo nelle scuole o di altre sciocchezze, ma tacciono colpevolmente sulle troppe morti oscure nelle carceri italiane. Un forte abbraccio a tutti, ma soprattutto a mamma Maura e babbo Giuseppe. Continuiamo ad andare avanti senza mollare mai. Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi





